Analog Dressing: cos’è la nuova tendenza che supera il Quiet Luxury

Addio quiet luxury, benvenuto analog dressing: quando vestirsi torna a essere un fatto personale

Per qualche anno ci siamo vestiti come se qualcuno dovesse controllare il nostro guardaroba con la lente d’ingrandimento.

Cappotto color cammello. Maglia in cashmere. Pantalone impeccabile. Borsa senza logo evidente. Colori neutri. Materiali preziosi. Capelli apparentemente naturali, ma possibilmente dopo un’ora dal parrucchiere.

Il tutto molto discreto, molto sofisticato, molto quiet luxury.

Ora, però, qualcosa sta cambiando. E dalle passerelle di New York arriva un’espressione che fotografa bene questa nuova sensibilità: analog dressing.

Dal quiet luxury all’analog dressing

Il quiet luxury, o lusso silenzioso, ha dominato il discorso sulla moda degli ultimi anni. L’idea era quella di un’eleganza senza ostentazione: niente loghi vistosi, niente eccessi, ma tagli impeccabili, colori sobri e materiali di qualità.

Courtesy of The Row

The Row, il marchio fondato da Mary-Kate e Ashley Olsen, Loro Piana, Brunello Cucinelli e Bottega Veneta nell’era di Matthieu Blazy sono stati alcuni dei nomi più associati a questa estetica. E prima ancora, il minimalismo sofisticato di Phoebe Philo aveva contribuito a costruire quell’idea di lusso fatto di discrezione, proporzioni e qualità.

Il risultato?

Che a un certo punto anche la discrezione ha cominciato ad avere un’uniforme.

Il cappotto doveva essere quello giusto. Il beige quello giusto. La borsa quella giusta. La sneaker possibilmente quella giusta. Persino il modo di sembrare casual sembrava richiedere istruzioni molto precise.

E qui arriva il paradosso: il quiet luxury nasceva come rifiuto dell’ostentazione, ma è diventato a sua volta un codice estetico facilmente riconoscibile.

Una specie di divisa per persone che non volevano sembrare vestite secondo una divisa.

E se smettessimo di vestirci per la fotografia?

L’analog dressing parte proprio da qui.

L’espressione è stata utilizzata per descrivere una serie di look emersi sulle passerelle della Primavera/Estate 2027, soprattutto a New York: un modo di vestirsi apparentemente meno costruito, più spontaneo e soprattutto meno interessato alla perfezione dell’immagine.

Le camicie possono essere abbottonate in modo asimmetrico. Una T-shirt può essere arricciata o lasciata cadere in maniera irregolare. Una giacca può essere annodata in vita invece di essere semplicemente indossata. I pantaloni possono essere abbastanza lunghi da accumularsi sulle sneakers.

Non è disordine.

O almeno, non necessariamente.

È imperfezione intenzionale.

Altuzarra, foto di Armando Grillo/Gorunway.com

Ad Altuzarra abbiamo visto camicie e bluse costruite attraverso chiusure meno regolari; Brandon Maxwell ha giocato con T-shirt trasparenti e volutamente poco composte; Tommy Hilfiger ha reinterpretato lo shirting in maniera apparentemente meno convenzionale. E persino Carolina Herrera, casa sinonimo di un’eleganza molto più composta, ha introdotto styling meno rigidi, come un cardigan chiuso con un solo bottone e lasciato scivolare su una spalla.

Da Coach, invece, blazer portati sui fianchi e pantaloni molto lunghi contribuiscono a quella sensazione di guardaroba assemblato senza aver passato mezz’ora davanti allo specchio a controllare ogni centimetro. Coach ha presentato la propria collezione a New York il 9 settembre, prima dell’inizio ufficiale della Fashion Week.

E c’è anche Rachel Comey, che ha sfilato proprio il 9 settembre per celebrare i 25 anni del brand. La sua presenza è interessante perché aggiunge alla storia dell’analog dressing un’idea ancora più ampia: quella di un guardaroba con carattere, più legato alla persona che lo indossa che alla costruzione di un’immagine perfettamente levigata.

Insomma: il look sembra quasi dire “mi sono vestita così perché mi andava”.

E questa, in fondo, è una frase molto più difficile da pronunciare di quanto sembri.

La moda prima dell’algoritmo

Carolina Herrera Primavera 2027, look n. 38

C’è un aspetto dell’analog dressing che trovo particolarmente interessante.

Non riguarda soltanto i vestiti. Riguarda il nostro rapporto con lo sguardo degli altri.

Per anni Instagram prima e TikTok poi hanno trasformato l’outfit in un’immagine da costruire. Prima ancora di uscire di casa sappiamo che il nostro look potrebbe essere fotografato, pubblicato, commentato, confrontato.

Il risultato?

Abbiamo iniziato a guardarci attraverso lo schermo.

E quando ci guardiamo attraverso uno schermo, inevitabilmente cerchiamo ciò che funziona nell’immagine: la silhouette più fotogenica, il colore più Instagrammabile, l’abbinamento più riconoscibile.

L’analog dressing sembra suggerire l’operazione opposta:

non chiederti “come verrò in foto?”, ma “come voglio sentirmi oggi?”.

Ed è una differenza enorme.

Il fascino delle cose vissute

In questo senso, l’analog dressing non inventa davvero qualcosa di nuovo.

Recupera qualcosa che esisteva già.

Pensiamo a Jane Birkin e alla sua celebre borsa, segnata dall’uso, dai graffi, dagli adesivi e dai ciondoli. Il fascino non nasceva dalla perfezione dell’oggetto, ma dal rapporto che si era creato tra la persona e ciò che possedeva.

Gli abiti raccontavano una vita.

Non sembravano appena usciti da un moodboard.

Ed è forse questo il punto: un vestito diventa davvero personale quando smette di sembrare nuovo.

Quando prende una piega sempre nello stesso punto. Quando la borsa si ammorbidisce. Quando una camicia viene portata in modi diversi. Quando un paio di jeans racconta più giornate di quante possiamo ricordare.

È interessante che questa nuova sensibilità possa dialogare anche con un modo più consapevole di vivere il guardaroba. Prima di comprare qualcosa di nuovo, perché non provare a guardare in modo diverso ciò che abbiamo già?

Ne ho parlato anche nell’articolo 7 consigli per un armadio più sostenibile: il punto non è semplicemente comprare meno, ma conoscere meglio ciò che possediamo e imparare a utilizzarlo davvero.

Non significa vestirsi male

Tommy Hilfiger, Getty Images

Analog dressing non significa uscire di casa con la prima cosa trovata sulla sedia.

Non è sciatteria.

Non è “non mi importa come sono vestita”.

Anzi, per riuscire a creare quell’apparente naturalezza serve spesso una certa consapevolezza.

Una camicia indossata male per caso è semplicemente una camicia indossata male.

Una camicia leggermente asimmetrica perché sappiamo che quella proporzione ci piace è stile personale.

Ed è proprio qui che, secondo me, la tendenza diventa interessante per chi si occupa di immagine.

Perché conoscere il proprio stile non significa necessariamente costruire outfit perfetti. Significa sapere quali regole possiamo rispettare e, soprattutto, quali possiamo tranquillamente infrangere.

E forse non è un caso che succeda proprio adesso

C’è un ultimo elemento che trovo interessante.

Questa voglia di imperfezione arriva proprio mentre l’intelligenza artificiale è sempre più capace di produrre, in pochi secondi, immagini apparentemente perfette.

Corpi perfetti. Abiti perfetti. Ambientazioni perfette. Persone che sembrano reali, ma magari non sono mai esistite.

In questo scenario, una camicia stropicciata può diventare quasi una dichiarazione.

Perché una piega vera, una proporzione sbagliata, una scarpa consumata sono cose che appartengono alla vita reale.

La moda sembra quindi cercare qualcosa che l’immagine digitale fatica a restituire: l’imperfezione umana.

Il vero lusso potrebbe essere non sembrare perfetti

Dries Van Noten, S/S 2027- Look 25

Il quiet luxury ci ha raccontato il lusso attraverso il controllo.

L’analog dressing sembra voler raccontare qualcosa di diverso: il lusso della libertà.

Libertà di ripetere un capo.

Libertà di mescolare vecchio e nuovo.

Libertà di non essere sempre perfettamente coordinati.

Libertà di uscire con una camicia un po’ stropicciata senza pensare che questo comprometta tutto l’outfit.

E forse anche libertà di non avere sempre qualcosa di nuovo da mostrare.

Perché in un mondo in cui gli algoritmi ci suggeriscono cosa comprare, cosa indossare e perfino cosa dovrebbe piacerci, avere uno stile personale significa anche recuperare una piccola dose di imprevedibilità.

L’analog dressing non è necessariamente il contrario del lusso: è il contrario del controllo.

E allora forse non stiamo davvero dicendo addio all’eleganza.

Stiamo dicendo addio all’eleganza come prestazione.

Dopo anni trascorsi a vestirci per essere osservati, la moda sembra ricordarci che possiamo ancora vestirci per vivere.

Ma qui arriva la domanda che mi interessa davvero.

L’analog dressing è davvero un ritorno alla spontaneità o è semplicemente la nuova tendenza che abbiamo già imparato a fotografare, condividere e vendere su Instagram?

Perché se anche la spontaneità diventa un’estetica da comprare, seguire e replicare…

quanto è ancora spontanea?

Forse il vero lusso, oggi, non è sembrare perfetti.

È smettere di preoccuparsi di sembrarlo.